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Ospedale Psichiatrico, RE

Pet Therapy

L’ESPERIENZA DI PET-THERAPY
presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario
di Reggio Emilia (O.P.G.)

Dott.ssa IRMA USAI – Criminologa Resp.le del Progetto


L’obiettivo di questo lavoro è illustrare come certi percorsi, anziché altri, possano passare da un canale emotivo, affettivo e ludico, per aiutare il malato a sviluppare capacità di apprendimento specie all’interno di una istituzione totalizzante come l’O.P.G.
Molti ricoverati dell’O.P.G. di Reggio Emilia non partecipano ad alcuna attività interna e, nel caso vi partecipassero, non vi sarebbe una frequenza costante.
I problemi soggettivi ed oggettivi sono tanti e l’apprendimento dei contenuti è molto più complesso rispetto al semplice meccanismo di ascoltare e ricordare, e quindi più legato al fare, all’esperienza concreta del conoscere ed operare sulla realtà.
Vi sono cose che ricordiamo meglio di altre perché ci procurano emozioni. Ed è proprio sull’aspetto emozionale che è stato strutturato il progetto pet-therapy.
È necessario evidenziare che in una struttura quale l’O.P.G., il ruolo svolto dall’animale non va considerato né una sorta di terapeuta, né tanto meno un farmaco, bensì un facilitatore. Semmai la pet-therapy affianca le prescrizioni mediche tradizionali e l’animale favorisce così il complesso di relazioni di cui ha bisogno l’uomo.
L’attività di pet-therapy ha ridato ai ricoverati la possibilità di riacquistare sensazioni di padronanza di riprendere fiducia in se stessi, di aumentare il livello di autostima e quindi sentirsi utili per qualcuno.
Gli aspetti strutturali della personalità si riattivano nella relazione per cui viene fuori l’aspetto genitoriale nell’accudimento del cane, l’aspetto bambino nel gioco col cane, l’aspetto più adulto nell’organizzazione della giornata e dei compiti.
Aspetti questi che vengono frenati e soffocati dalla malattia e dall’isolamento.
L’occasione ci è stata data dalla richiesta pervenuta da parte del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia Romagna nella quale invitava la Direzione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Reggio Emilia a presentare progetti riabilitativi rivolti agli internati.
Il progetto, unico negli OO.PP.GG., prevede l’inserimento di otto ricoverati e di otto cani, di varie razze tutte docili, e si svolge all’interno di un’area cortiliva dell’Istituito con lo scopo di proporre un percorso riabilitativo da affiancare alla terapia farmacologica.
Il reclutamento avviene per colloquio, si raccolgono i bisogni dei pazienti e si propone loro il progetto.
L’équipe del progetto prevede due veterinari, un uomo ed una donna, due modelli genitoriali di tipo affettivo-normativo; un operatore giovane, modello di identificazione amicale, con il quale i ricoverati più giovani, possono instaurare una relazione “fra pari”; un’agente penitenziario preposto alla sicurezza, non soggetto alle turnazioni, quindi costantemente presente durante le ore del corso.
A ciascun ricoverato viene regalato un cane, che potrà portare con sé al momento della dimissione.
Le giornate dei ricoverati vengono scandite dagli impegni giornalieri di accudimento degli animali: pulizia delle cucce, somministrazione del cibo, igiene e toelettatura, esercitazioni di agilità, manutenzione degli ambienti adibiti alle diverse attività.
Nel corso dei due anni di sperimentazione si è osservato una riduzione dell’ansia, un miglioramento del tono dell’umore dei pazienti inoltre la diminuzione della tensione psichica ha portato una modificazione dei comportamenti nel senso di una maggiore assunzione di responsabilità e una maggiore propensione all’attivare relazioni significative con i compagni del gruppo e con gli operatori. La risposta emozionale positiva era legata allo stimolo che il cane o il gruppo forniva loro.
Altro dati significativi osservati sono stati: la presenza costante e l’assenza di comportamenti di autolesionismo.
La riabilitazione così intesa ha assunto una specifica fisionomia culturale, professionale e umana.
Ed ecco che il dilemma controllo e cura, che da sempre caratterizza il lavorare in O.P.G. si fa più acuto e se vogliamo anche più frustrante, ma nello stesso tempo può agire paradossalmente da stimolo continuo nella ricerca di un operare che, pur nella scarsità delle risorse e perché no anche dei consensi, possa comunque sempre più rispondere alle esigenze terapeutiche e riabilitative dei pazienti ospitati.

Relazione su quattro casi di pazienti partecipanti al corso di pet-therapy

E.Z., 24 anni di Milano.
È internato da cinque anni in O.P.G. per lesioni ed aggressioni. È un paziente con disturbo di personalità borderline. Il suo viene definito un attaccamento “disorganizzato” rispetto alle principali figure di riferimento.
Questo lo porta a non riuscire a crearsi dei legami affettivi stabili e duraturi. Quando inizia un’attività o è impegnato in una relazione con qualcuno, l’abbandona dopo poco tempo per paura di essere abbandonato a sua volta, è una sua difesa.
A volte non inizia una nuova relazione proprio per questo suo enorme timore. E’ stato più volte in comunità, ma dopo un breve periodo di permanenza rientra in O.P.G. perché non ha la forza di crearsi nuovi stimoli e legami affettivi, preferendo invece una situazione di maggiore contenimento e, quindi, più facilmente gestibile.
La sua è stata un’infanzia difficile, come lui stesso definisce. Portato in collegio all’età di undici anni, ha trascorso molto tempo nell’illusione e nell’attesa di ritornare a casa, dal momento che questo gli veniva ingannevolmente promesso dai genitori.
Con gli altri è solito assumere un atteggiamento di vittima, aspetto funzionale a “manipolare” le relazioni interpersonali, attraverso cui, inoltre, riesce a ricercare prove che lo facciano sentire amato e accettato.
Proprio per questa su ostinata ricerca di cure e attenzioni, che probabilmente non ha mai avuto, ha più volte adottato comportamenti autolesivi.
Di tutte le attività da lui intraprese con forte entusiasmo iniziale e poi bruscamente interrotte, solo nella pet-therapy è riuscito a mantenere un impegno costante e proficuo.
Più maturo infatti da un punto di vista affettivo-relazionale, ha imparato a prendersi cura degli altri e, soprattutto, delle persone più deboli. Il rapporto con l’animale sembra infatti aver rafforzato in lui quell’atteggiamento di accadimento che prima invece era latente.
Il fatto di essere utile per qualcuno, lo ha portato ad essere più consapevole delle proprie risorse di personalità rafforzando di conseguenza anche la sua autostima.

E.Z., risulta essere un chiaro esempio di quanto, accanto all’uso (senza dubbio fondamentale) di una terapia di tipo farmacologia, sia stato di grande aiuto un intervento a carattere più relazionale e affettivo, quale appunto quello da lui sperimentato attraverso la pet-therapy.

G.P.: paziente di 40 anni, oligofrenico, presentava in passato atteggiamenti di autolesionismo. E’ stato contenuto sul letto di coercizione ininterrottamente per due anni. Ha cominciato il corso a Settembre del 2001, dopo un periodo in cui la sintomatologia sopra descritta è man mano rientrata.
Attualmente si è notato come sono emersi numerosi cambiamenti nel suo comportamento e come P. manifesti un maggiore interesse alla partecipazione al corso.
Infatti, se in passato erano gli infermieri che dovevano sollecitarlo alla partecipazione dello stesso, ora è lui stesso che chiede di poterci andare, dando dimostrazione di aver acquisito un atteggiamento di maggiore autonomia e sicurezza nelle proprie azioni.

A.F.: affetto da disturbo di personalità che presenta tratti di tipo autistico, ha cominciato il corso nel settembre del 2001. Sebbene abbia manifestato da subito gravi difficoltà relazionali, mettendo in atto comportamenti di chiusura e isolamento rispetto agli altri partecipanti, presenta attualmente dei miglioramenti che dal punto di vista clinico possono essere definiti cospicui. Nello specifico, si è potuto notare, un aumento della fluidità dell’eloquio e di quei comportamenti non verbali che risultano essere un mezzo indispensabile per instaurare corrette relazioni interpersonali.
Tale attività risulta essere per A.F. quella che, al momento, riesce a destare maggiormente il suo interesse.

M.G.: oligofrenico, di 35 anni, ha iniziato il corso nel Settembre 2001. L’appartenere ad un gruppo strutturato ha contribuito a far emergere in lui, seppur lentamente, quei comportamenti inerenti la cura della propria persona che prima risultavano essere piuttosto carenti. Inoltre, la frequentazione al corso sta facilitando il sorgere di un certo senso di responsabilità, proprio di chi è protagonista di relazioni di aiuto; contribuendo in ultimo, ma non per importanza, a ridimensionare il senso di solitudine che caratterizza chi è costretto a vivere in strutture totalizzanti come questa.