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Cos'è la Pet Therapy
A chi si rivolge
L'
animale come coterapeuta
Le
figure professionali
Associazione D.U.Z.
(1)
Associazione D.U.Z.
(2)
Associazione D.U.Z. (3)
Cave Canem1
Cave Canem 2
Ospedale Psichiatrico, RE
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Pet
Therapy
L’ESPERIENZA DI PET-THERAPY
presso l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario
di Reggio Emilia (O.P.G.)
Dott.ssa IRMA USAI – Criminologa Resp.le del Progetto
L’obiettivo di questo lavoro è illustrare come certi percorsi,
anziché altri, possano passare da un canale emotivo, affettivo
e ludico, per aiutare il malato a sviluppare capacità di apprendimento
specie all’interno di una istituzione totalizzante come l’O.P.G.
Molti ricoverati dell’O.P.G. di Reggio Emilia non partecipano ad alcuna
attività interna e, nel caso vi partecipassero, non vi sarebbe
una frequenza costante.
I problemi soggettivi ed oggettivi sono tanti e l’apprendimento dei
contenuti è molto più complesso rispetto al semplice meccanismo
di ascoltare e ricordare, e quindi più legato al fare, all’esperienza
concreta del conoscere ed operare sulla realtà.
Vi sono cose che ricordiamo meglio di altre perché ci procurano
emozioni. Ed è proprio sull’aspetto emozionale che è stato
strutturato il progetto pet-therapy.
È necessario evidenziare che in una struttura quale l’O.P.G.,
il ruolo svolto dall’animale non va considerato né una sorta
di terapeuta, né tanto meno un farmaco, bensì un facilitatore.
Semmai la pet-therapy affianca le prescrizioni mediche tradizionali
e l’animale favorisce così il complesso di relazioni di cui ha
bisogno l’uomo.
L’attività di pet-therapy ha ridato ai ricoverati la possibilità
di riacquistare sensazioni di padronanza di riprendere fiducia in se
stessi, di aumentare il livello di autostima e quindi sentirsi utili
per qualcuno.
Gli aspetti strutturali della personalità si riattivano nella
relazione per cui viene fuori l’aspetto genitoriale nell’accudimento
del cane, l’aspetto bambino nel gioco col cane, l’aspetto più
adulto nell’organizzazione della giornata e dei compiti.
Aspetti questi che vengono frenati e soffocati dalla malattia e dall’isolamento.
L’occasione ci è stata data dalla richiesta pervenuta da parte
del Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia Romagna
nella quale invitava la Direzione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario
di Reggio Emilia a presentare progetti riabilitativi rivolti agli internati.
Il progetto, unico negli OO.PP.GG., prevede l’inserimento di otto ricoverati
e di otto cani, di varie razze tutte docili, e si svolge all’interno
di un’area cortiliva dell’Istituito con lo scopo di proporre un percorso
riabilitativo da affiancare alla terapia farmacologica.
Il reclutamento avviene per colloquio, si raccolgono i bisogni dei pazienti
e si propone loro il progetto.
L’équipe del progetto prevede due veterinari, un uomo ed una
donna, due modelli genitoriali di tipo affettivo-normativo; un operatore
giovane, modello di identificazione amicale, con il quale i ricoverati
più giovani, possono instaurare una relazione “fra pari”; un’agente
penitenziario preposto alla sicurezza, non soggetto alle turnazioni,
quindi costantemente presente durante le ore del corso.
A ciascun ricoverato viene regalato un cane, che potrà portare
con sé al momento della dimissione.
Le giornate dei ricoverati vengono scandite dagli impegni giornalieri
di accudimento degli animali: pulizia delle cucce, somministrazione
del cibo, igiene e toelettatura, esercitazioni di agilità, manutenzione
degli ambienti adibiti alle diverse attività.
Nel corso dei due anni di sperimentazione si è osservato una
riduzione dell’ansia, un miglioramento del tono dell’umore dei pazienti
inoltre la diminuzione della tensione psichica ha portato una modificazione
dei comportamenti nel senso di una maggiore assunzione di responsabilità
e una maggiore propensione all’attivare relazioni significative con
i compagni del gruppo e con gli operatori. La risposta emozionale positiva
era legata allo stimolo che il cane o il gruppo forniva loro.
Altro dati significativi osservati sono stati: la presenza costante
e l’assenza di comportamenti di autolesionismo.
La riabilitazione così intesa ha assunto una specifica fisionomia
culturale, professionale e umana.
Ed ecco che il dilemma controllo e cura, che da sempre caratterizza
il lavorare in O.P.G. si fa più acuto e se vogliamo anche più
frustrante, ma nello stesso tempo può agire paradossalmente da
stimolo continuo nella ricerca di un operare che, pur nella scarsità
delle risorse e perché no anche dei consensi, possa comunque
sempre più rispondere alle esigenze terapeutiche e riabilitative
dei pazienti ospitati.
Relazione su quattro casi di pazienti partecipanti
al corso di pet-therapy
E.Z., 24 anni di Milano.
È internato da cinque anni in O.P.G. per lesioni ed aggressioni.
È un paziente con disturbo di personalità borderline.
Il suo viene definito un attaccamento “disorganizzato” rispetto alle
principali figure di riferimento.
Questo lo porta a non riuscire a crearsi dei legami affettivi stabili
e duraturi. Quando inizia un’attività o è impegnato in
una relazione con qualcuno, l’abbandona dopo poco tempo per paura di
essere abbandonato a sua volta, è una sua difesa.
A volte non inizia una nuova relazione proprio per questo suo enorme
timore. E’ stato più volte in comunità, ma dopo un breve
periodo di permanenza rientra in O.P.G. perché non ha la forza
di crearsi nuovi stimoli e legami affettivi, preferendo invece una situazione
di maggiore contenimento e, quindi, più facilmente gestibile.
La sua è stata un’infanzia difficile, come lui stesso definisce.
Portato in collegio all’età di undici anni, ha trascorso molto
tempo nell’illusione e nell’attesa di ritornare a casa, dal momento
che questo gli veniva ingannevolmente promesso dai genitori.
Con gli altri è solito assumere un atteggiamento di vittima,
aspetto funzionale a “manipolare” le relazioni interpersonali, attraverso
cui, inoltre, riesce a ricercare prove che lo facciano sentire amato
e accettato.
Proprio per questa su ostinata ricerca di cure e attenzioni, che probabilmente
non ha mai avuto, ha più volte adottato comportamenti autolesivi.
Di tutte le attività da lui intraprese con forte entusiasmo iniziale
e poi bruscamente interrotte, solo nella pet-therapy è riuscito
a mantenere un impegno costante e proficuo.
Più maturo infatti da un punto di vista affettivo-relazionale,
ha imparato a prendersi cura degli altri e, soprattutto, delle persone
più deboli. Il rapporto con l’animale sembra infatti aver rafforzato
in lui quell’atteggiamento di accadimento che prima invece era latente.
Il fatto di essere utile per qualcuno, lo ha portato ad essere più
consapevole delle proprie risorse di personalità rafforzando
di conseguenza anche la sua autostima.
E.Z., risulta essere un chiaro esempio di quanto,
accanto all’uso (senza dubbio fondamentale) di una terapia di tipo farmacologia,
sia stato di grande aiuto un intervento a carattere più relazionale
e affettivo, quale appunto quello da lui sperimentato attraverso la
pet-therapy.
G.P.: paziente di 40 anni, oligofrenico, presentava
in passato atteggiamenti di autolesionismo. E’ stato contenuto sul letto
di coercizione ininterrottamente per due anni. Ha cominciato il corso
a Settembre del 2001, dopo un periodo in cui la sintomatologia sopra
descritta è man mano rientrata.
Attualmente si è notato come sono emersi numerosi cambiamenti
nel suo comportamento e come P. manifesti un maggiore interesse alla
partecipazione al corso.
Infatti, se in passato erano gli infermieri che dovevano sollecitarlo
alla partecipazione dello stesso, ora è lui stesso che chiede
di poterci andare, dando dimostrazione di aver acquisito un atteggiamento
di maggiore autonomia e sicurezza nelle proprie azioni.
A.F.: affetto da disturbo di personalità che
presenta tratti di tipo autistico, ha cominciato il corso nel settembre
del 2001. Sebbene abbia manifestato da subito gravi difficoltà
relazionali, mettendo in atto comportamenti di chiusura e isolamento
rispetto agli altri partecipanti, presenta attualmente dei miglioramenti
che dal punto di vista clinico possono essere definiti cospicui. Nello
specifico, si è potuto notare, un aumento della fluidità
dell’eloquio e di quei comportamenti non verbali che risultano essere
un mezzo indispensabile per instaurare corrette relazioni interpersonali.
Tale attività risulta essere per A.F. quella che, al momento,
riesce a destare maggiormente il suo interesse.
M.G.: oligofrenico, di 35 anni, ha iniziato il corso
nel Settembre 2001. L’appartenere ad un gruppo strutturato ha contribuito
a far emergere in lui, seppur lentamente, quei comportamenti inerenti
la cura della propria persona che prima risultavano essere piuttosto
carenti. Inoltre, la frequentazione al corso sta facilitando il sorgere
di un certo senso di responsabilità, proprio di chi è
protagonista di relazioni di aiuto; contribuendo in ultimo, ma non per
importanza, a ridimensionare il senso di solitudine che caratterizza
chi è costretto a vivere in strutture totalizzanti come questa.
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