Adattamento comportamentale
e fisiologico dei cani alla vita in canile
Francesca Mondelli e Paola Valsecchi
Università degli Studi di Milano e Università degli Studi
di Parma
In collaborazione con il Comune di Reggio Emilia
e con il Servizio Veterinario Ausi di Reggio Emilia
La vita di canile non è ideale per i cani;
molti studi (Sternberg 1996; Tuber et al. 1999; Stephen et al. 2002)
hanno, infatti, dimostrato che, una volta entrati in canile, i cani
sono sottoposti ad uno stress, dovuto al distacco da affetti e luoghi
cari ed al ritrovarsi in una routine di pulizia, uscite e contatti completamente
differente.
Questo studio si è proposto di dare una visione globale delle
problematiche relative al benessere dei cani alloggiati presso il canile
Comunale di Reggio Emilia, attraverso l'analisi della risposta del sistema
ipotalamo-ipofisi-ghiandole surrenali HPA (un sistema
tipicamente attivato durante fasi di stress) a differenti stadi della
permanenza dei cani in canile. Lo stress che caratterizza questi animali
è stato investigato attraverso gli adattamenti fisiologici e
comportamentali che esso comporta.
La risposta dei cani alla vita di canile, ma anche a qualsiasi altro
agente stressante, è molto varia a causa di differenze individuali
nel temperamento; per questo motivo, alcuni riescono ad adattarsi al
confinamento, magari con strategie comportamentali, altri si
sforzano nel tentativo di farlo, sperimentando vari gradi di stress.
La differenza nella risposta, che i singoli animali riescono a dare,
dipende molto anche dalla loro storia precedente.
Metodi
II campione
Lo studio è stato condotto presso il canile Comunale di Reggio
Emilia nel periodo compreso fra marzo e settembre 2003.
Nei sette mesi, 159 cani sono entrati al canile, 80 dei quali (52 maschi
e 28 femmine) sono rientrati nello studio.
Prima fase
Quando arriva al canile (giorno 0) un cane è sistemato in uno
dei box singoli della sezione adibita all'isolamento, dove rimane per
almeno dieci giorni.
A partire dal giorno successivo all'entrata, e per dieci giorni, le
feci sono state raccolte tutte le mattine, è stato fatto un prelievo
di sangue al 3° ed al 10° giorno ed un prelievo di pelo al 3°;
il comportamento del cane è stato osservato ogni mattina.
Alla prima fase dello studio, hanno partecipato 73 cani, 24 randagi
(15 maschi e 9 femmine) e 49 di proprietà (34 maschi e 15 femmine,
fra cui 7 rinunce di proprietà e 2 sequestri). Solamente ai cani
di proprietà che sono rimasti in canili più di tre giorni
è stato possibile prelevare il sangue ed il pelo.
Trascorsi i dieci giorni, il cane è stato, di norma, trasferito
in uno dei box, spesso multipli, della stecca di adozione. Dal giorno
successivo allo spostamento e per quattro giorni consecutivi, le feci
sono state raccolte ogni mattina, è stato fatto un prelievo di
sangue al 4° giorno, ed il comportamento è stato osservato
ogni mattina.
Il campione trasferito nella stecca e seguito per lo studio è
stato formato da 24 cani (15 maschi e 9 femmine); solo uno di questi
cani era di proprietà ed è stato successivamente recuperato
dal padrone. Allo scadere dei due mesi di permanenza in canile (dal
giorno 0), se il cane era ancora presente, le feci sono state raccolte
ed il comportamento è stato osservato per quattro giorni
consecutivi, alla fine dei quali è stato fatto un prelievo di
sangue ed è stato prelevato un campione di pelo. Solamente 10
cani, entrati nello studio al momento del loro arrivo in canile, hanno
trascorso in canile due interi mesi (7 maschi e 3 femmine).
Seconda fase
Nella seconda fase dello studio, sono stati costruiti tre gruppi distinti
per confrontare i dati (comportamentali e fisiologici) di gruppi indipendenti
di cani presenti in canile da tempi diversi (pochi giorni, 2 mesi e
più di 2 anni).
I cani della prima fase, per i quali erano disponibili solo i dati dell'isolamento
e non quelli dei due mesi, hanno costituito il gruppo dei "nuovi
entrati" (15 maschi e 13 femmine).
Sette cani (4 maschi e 3 femmine), in canile da due mesi nel corso del
lavoro, hanno formato il gruppo dei "due mesi", a cui sono
stati aggiunti i dati (dei due mesi) di quei cani seguiti nella prima
fase dello studio e che sono stati in canile per 2 mesi (8 maschi e
3
femmine).
Ventinove cani (21 maschi e 8 femmine), in canile da più di due
anni, hanno formato infine il gruppo dei "lungodegenti".
I cani rientrati solo in questa fase dello studio sono stati considerati
con osservazioni comportamentali e raccolta di feci durante quattro
giorni consecutivi; al quinto giorno sono stati quindi prelevati sangue
e pelo.
In totale, sono state fatte 674 osservazioni comportamentali, per un
totale di 337 ore di osservazione, sono state raccolte 457 feci e sono
stati prelevati 81 campioni di sangue e 64 di pelo. I campioni mancanti
sono dovuti a cani che non sporcavano nel box, cani a cui non era possibile
fare il prelievo di sangue perché troppo agitati o spaventati,
e cani a cui non era consentito prelevare il pelo perché di proprietà.
Discussione
Un cane randagio, che cioè vaga solitario sul territorio, viene
di norma avvicinato da privati o, se avvisati, dagli operatori della
struttura che provvedono poi a portarlo al canile.
Spesso il cane non ha né il tatuaggio né tanto meno il
più moderno microchip e non è quindi possibile rintracciarne
il padrone.
Questo studio ha evidenziato differenze significative fra il comportamento
dei randagi e quello dei cani di proprietà: i cani randagi manifestano
meno comportamenti di stress di quelli di proprietà.
L'alta concentrazione di cortisolo plasmatico, riscontrato nei cani,
indipendentemente dalla loro provenienza, durante i primi dieci giorni
di isolamento, è indice dello stress acuto cui gli animali sono
stati sottoposti al loro ingresso in canile.
In generale, indipendentemente dalla loro provenienza, i cani, che rimangono
in canile almeno due mesi, manifestano una diminuzione dei segnali di
stress, che però non spariscono, indicando un parziale adattamento
comportamentale alla reclusione. Gli altri comportamenti, invece, non
subiscono modificazioni significative, forse perché l'ambiente
in cui gli animali si trovano (il box) non permette loro margini di
libertà.
Questa diminuzione, nella manifestazione comportamentale dello stress,
è rimarcata da una contemporanea e significativa diminuzione
della concentrazione del cortisolo plasmatico e fecale nel tempo.
È importante però ricordare che ognuno
di questi cani attua in realtà una particolare strategia adattativa:
alcuni riescono ad deguare il loro comportamento alle risorse a disposizione;
altri si adattano passando da uno stato completamente apatico ad uno
piùnaturale; altri ancora sembrano non abituarsi per niente,
esibendo sempre maggiori segnali di stress.
I lungodegenti, residenti in canile da almeno due anni, possono essere
considerati come un gruppo di controllo che ha trovato un equilibrio
nella quotidianità dello stress a cui sono sottoposti (Miller
& O'Callaghan 2002).
II comportamento di questi cani non differisce sostanzialmente da quello
dei cani appena entrati o in canile da due mesi, se non nel minor livello
di attenzione, che questi animali prestano agli stimoli provenienti
dall'ambiente, e nella minor frequenza di ocalizzazioni.
Il quadro complessivo che scaturisce dal confronto fra i cani lungodegenti
e gli altri due gruppi non evidenzia un completo adattamento alla situazione,
perché i cani continuano a manifestare comportamenti di stress
ed hanno un profilo piuttosto apatico. Questo suggerisce che la vita
in canile rappresenta una situazione di stress cronico che impoverisce
il benessere dei cani (Beerda et al. 1999a).
Al contrario, a livello fisiologico si assiste ad una generale diminuzione
della risposta. Il valore medio di coitiselo plasmatico dei lungodegenti
è, in realtà, praticamente identico a quello di cani che
vivono in famiglia (Hennessy et al. 1997). Questo riscontro porta ad
ipotizzare che, nei lungodegenti, il sistema HPA si sia effettivamente
adattato alla condizione. In generale, l'esposizione ripetuta allo stesso
agente stressante determina una perdita della risposta di stress che
coinvolge la desensibilizzazione agli elementi stimolatori (Miller &
O'Callaghan 2002).
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